
Ci sono date che per un randonneur non sono semplici caselle sul calendario. Sono promesse. Rituali. Un vero e proprio Capodanno ciclistico.
La Mirando è esattamente questo.
Domenica 16 febbraio 2026. La città era ancora addormentata, avvolta in quella nebbia milanese che sembra uscita da un film. In Darsena, però, c’era già fermento. Centinaia di ciclisti, luci intermittenti, il rumore delle tacchetti sul pavé. C’era freddo, ma c’era anche quella eccitazione un po’ stupida che provi solo quando sai che stai per fare una fatica incredibile senza un motivo apparente.
E mentre battevo i denti, la solita domanda mi rimbombava in testa: “Ma chi me lo fa fare di spararmi duecento chilometri oggi?” La risposta è arrivata appena ho visto le facce degli altri. Sì, ne valeva la pena.
La Mirando quest’anno ha chiamato a raccolta tutti. I matti dei 200 km (percorso ACP), quelli che volevano solo riattivare le gambe sui 65 o 100 km di strada, e la tribù del gravel, pronta a infangarsi sui 60 o 90 km di polvere e navigli. Un bel miscuglio di bici, tutte lì per lo stesso motivo: non si può saltare l’appuntamento che dà il via alla stagione.
Per me, però, non era solo questione di chilometri, era sentirmi di nuovo parte del “gruppo” dopo tanto tempo. Prima di partire infatti, è iniziato il solito, bellissimo “pellegrinaggio”: amici che spuntano dal grigio, pacche sulle spalle che ti scuotono la giacca, sorrisi sinceri e quel “Oh, finalmente ci si rivede!” che scalda più del tè caldo. Gente con cui hai diviso albe allucinate, piogge che non finivano mai e colazioni mangiate in piedi alle tre del mattino. Vederli lì, schierati per un saluto o per pedalare insieme, valeva già tutta la giornata.
Alle otto in punto, via. L’atmosfera era olimpica, ma in versione Pianura Padana: nebbia che si taglia col coltello e umidità che ti inzuppa prima ancora di sudare. La prima ora è stata davvero dura. Pedali dentro una nuvola, vedi a stento la ruota di quello davanti, il fiato fuma e le mani sono due pezzi di ghiaccio. Ti chiedi se non era meglio girarsi dall’altra parte nel letto. Ma vai avanti. Si va sempre avanti.
E poi, la sorpresa. La nebbia ha iniziato a cedere, il sole ha bucato il grigio e d’improvviso sembrava un’altra giornata. Un’altra stagione. Abbiamo aperto le zip, tolto i guanti pesanti e finalmente abbiamo ricominciato a respirare aria pulita. All’orizzonte è apparso l’arco alpino, col Rosa e il Monviso carichi di neve, limpidi, quasi finti. Uno sfondo incredibile per una pedalata in pianura.
Intanto la strada scorreva sotto le ruote portando con sé chiacchiere, silenzi e nuove conoscenze. È il bello del mondo randagio: ognuno ha il suo ritmo, ma nessuno è mai davvero solo. Ci si perde, ci si ritrova, ci si aspetta.
E poi, i ristori. Al chilometro 72 c’era la leggenda: un’auto ferma, il bagagliaio aperto e dentro tutto quello che serve. È il ristoro di Fermo Rigamonti. Niente fronzoli, niente bandiere, solo l’essenza di questo sport: condividere del cibo in mezzo al nulla con il sorriso.
Ma la sorpresa è arrivata al chilometro 140: polenta e bruscitt all’agriturismo “Il Contadino”. Dopo cento e passa chilometri, era proprio quello che ci voleva.
Ovviamente non sono mancati i “pit-stop” ai bar lungo la via, perché se le gambe vogliono i carboidrati, la testa vuole il caffè e due cavolate sparate in compagnia.
Lungo il percorso ho incrociato tanti gilet gialli della Parigi-Brest-Paris. Li vedi e capisci subito che la testa di molti è già proiettata al 2027.
La pianura è piatta, dicono. Ma chi pedala sa che il piatto non è mai banale. È una lotta contro il vento e contro la tua stessa testa. Ma con la compagnia giusta e con un’ottima organizzazione, i chilometri passano via che quasi non te ne accorgi.
Alla fine, quando sono tornato alla base, con le gambe dure e la Madonnina sullo sfondo in lontananza, ho capito che non era stata solo una pedalata. È stata una giornata di quelle che ti riempiono. Fatta di nebbia e di sole, di brina e polenta calda, di vecchi amici e nuovi sogni.
La Mirando 2026 è stata un successo proprio perché è rimasta una cosa umana, semplice, vera. Randagia nel profondo.
Se ve la consiglio? assolutamente si. Perché non è solo una randonnée. È il punto di partenza per tutto quello che verrà. Verso nuove strade, verso i prossimi chilometri, e magari verso Parigi.
Grazie al caro amico Matteo, sostenitore fin dall’inizio del progetto Eventbike e finisher per ben 3 volte della Paris-Brest-Paris per il racconto.
Vi lascio il link del suo blog.



