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Gravel sul Serio 2026

Gravel sul Serio 2026: una classica gravel della Bassa che non delude mai

Seconda partecipazione per me alla Gravel sul Serio, un appuntamento che ormai è diventato una vera classica nel panorama degli eventi gravel della Bassa Bergamasca.

Sono arrivato alla partenza con qualche dubbio sulla mia condizione. Da fine luglio avevo accumulato davvero pochi chilometri in bicicletta: nell’ultimo mese avevo camminato molto, ma pedalato decisamente meno del solito. Solo nella settimana precedente ero riuscito a fare un paio di uscite leggere, più che altro per riattivare un po’ le gambe e ritrovare le sensazioni in sella.

Non sapevo quindi bene come avrebbero reagito le gambe, soprattutto considerando quello che si annunciava come un altro protagonista della giornata: il caldo.

Da Romano di Lombardia verso sud lungo il Serio

A Romano di Lombardia ci ha accolto, come sempre, l’ottima organizzazione della Gravel sul Serio, fatta soprattutto di appassionati e volontari che mettono grande cura nell’evento.

Anche quest’anno tanti i partecipanti e una bella novità alla partenza: un villaggio completamente rinnovato, che dava ancora più atmosfera già dalle prime ore della mattina.

Con il nostro gruppo abbiamo scelto il percorso da circa 70 chilometri. Una scelta dettata da due motivi: alcuni di noi avevano pedalato poco nelle settimane precedenti e, soprattutto, le previsioni annunciavano parecchio caldo dalla seconda metà della mattinata.

Meglio quindi godersi la giornata senza trasformarla in una sfida contro il termometro.

Quest’anno, dalla tradizionale partenza di Romano di Lombardia, la traccia prende la direzione sud seguendo la sponda sinistra orografica del fiume Serio fino ad arrivare verso Crema.

Da lì si torna poi verso nord, sempre rimanendo per lunghi tratti vicino al fiume, alternando sterrati, strade secondarie, piccoli paesi della Bassa e le campagne tipiche di questa parte della Lombardia.

Terreni conosciuti, ma sempre qualcosa di nuovo da scoprire

Sono zone che abbiamo già percorso diverse volte in bicicletta, ma una delle cose che mi piace della Gravel sul Serio è proprio la capacità degli organizzatori di inserire sempre qualche chilometro nuovo e qualche angolo ancora da scoprire.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più belli del gravel.

Puoi pensare di conoscere bene una zona, ma basta imboccare una sterrata diversa, seguire un argine o infilarsi in una piccola strada di campagna per ritrovarsi improvvisamente in un posto che non avevi mai visto.

Il percorso anche quest’anno è stato molto bello e scorrevole, con lunghi tratti sterrati davvero divertenti, quelli in cui si può lasciare andare la bici e guidarla a buon ritmo.

Quando il fondo lo permette, affrontare questi settori con la gravel è sempre una delle parti più divertenti della giornata: si aumenta il ritmo, si cerca la linea migliore e si pedala semplicemente per il gusto di farlo.

Caffè, pane e salame e le immancabili fontanelle

Naturalmente, per il nostro gruppo, una giornata gravel non sarebbe completa senza la classica pausa caffè.

E così, più o meno a metà percorso, ci concediamo la nostra sosta al bar. Qualche minuto per bere qualcosa, fare due chiacchiere e poi di nuovo in sella.

Circa 25 chilometri prima dell’arrivo troviamo invece il ristoro ufficiale della Gravel sul Serio.

E qui la sosta è praticamente obbligatoria.

Il pane e salame è ormai una tradizione, accompagnato da birra, frutta e da un ottimo pane con marmellate che, dopo parecchi chilometri di sterrato, si fa apprezzare ancora di più.

Con il passare delle ore, però, il caldo inizia a farsi sentire sempre di più.

Le fontanelle incontrate lungo il percorso diventano così tappe quasi obbligatorie: soste molto brevi, giusto il tempo di riempire le borracce, bagnarsi un po’ e ripartire.

Quando il caldo diventa il vero avversario

Le previsioni, purtroppo, ci avevano visto giusto.

Nella parte finale della mattinata la temperatura è salita parecchio e nell’ultima ora il caldo si è fatto davvero intenso.

La distanza ormai non era più un problema, ma con quelle temperature anche un percorso abbastanza scorrevole iniziava inevitabilmente a diventare più impegnativo.

Abbiamo quindi continuato senza forzare troppo, cercando soprattutto di bere con regolarità e di goderci gli ultimi chilometri fino a Romano.

E una volta arrivati, ad aspettarci c’erano gli Alpini con l’immancabile “terzo tempo”, uno dei modi migliori per chiudere una giornata passata in bicicletta.

Sensazioni decisamente migliori del previsto

Personalmente ero curioso soprattutto di capire quale fosse davvero la mia condizione dopo oltre un mese con pochissimi chilometri in bici.

Mi aspettavo qualche difficoltà in più.

Invece le sensazioni sono state decisamente migliori del previsto.

Le gambe hanno risposto bene per tutta la giornata e non ho mai avuto particolari momenti di difficoltà. Alla fine, quello che ha reso più impegnativa la Gravel sul Serio è stato soprattutto il caldo degli ultimi chilometri.

Ed è stata sicuramente una bella conferma.

Camminare molto durante questo periodo, evidentemente, mi ha permesso di mantenere una buona condizione generale anche senza passare troppe ore in sella.

Gravel sul Serio: appuntamento confermato

Seconda partecipazione e seconda esperienza positiva.

La Gravel sul Serio continua a essere uno di quegli eventi che interpretano bene lo spirito gravel che piace a noi: un bel percorso, tanti sterrati, qualche scoperta lungo la strada, un’organizzazione fatta di persone appassionate e soprattutto la possibilità di trascorrere una giornata in bicicletta senza l’ossessione del cronometro.

Si pedala, si chiacchiera, ci si ferma per un caffè, si mangia pane e salame e poi si riparte.

In fondo, non serve molto per costruire una bella giornata gravel.

E anche questa volta, lungo il Serio, gli ingredienti c’erano tutti.

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BKLK – Transpyrenees 2026 – L’avventura piu’ dura

La Transpyrenees di ‪@TransibericaUltracycling‬ non è solo la traversata dei Pirenei, è una sfida contro se stessi, sicuramente la sfida piu’ dura finora mai affrontata.

1100 km, 25000 mt di dislivello, partenza da San Sebastian, arrivo a Llança.

Quello che vedrai in questo video è un onesto racconto di qualcosa, a cui, fino a qualche anno fa non avrei mai pensato di potermi avvicinare.

Condizioni di meteo estreme, salite iconiche ed infinite, paesaggi mozzafiato per una traversata difficilmente dimenticabile.

Il set-up:

  • BMC Teammachine 01R
  • Sram Red AXS – 35/48 – 10/36
  • 2 Ravemen PR 2400
  • 2 Knog Blinder set
  • Pedal Power meter Look
  • Top Tube bag Cyclite
  • Saddle bag Small Cyclite 6L
  • Top Tube Bag Large 02 Cyclite
  • Food Pouch 02 Cyclite
  • Miss Grape Moon IC
  • 2 borracce Camelbak Podium 750ml
  • 2 ‪@Velotoze‬ rain shoe cover

Grazie a Gianluca di BKLK (sito e profilo Instagram) del racconto.

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MAGS Abruzzo Trail: viaggio gravel e bikepacking alla scoperta dell’Abruzzo

Finalmente ci siamo: è arrivato il momento di partire!

Il MAGS Abruzzo Trail, percorso Explorer da 470 km con 7.500 metri di dislivello, è pronto ad accoglierci. Borse montate, bici pronta e via: inizia l’avventura.

Da Roseto degli Abruzzi verso l’entroterra

Ci dirigiamo al punto di partenza, Roseto degli Abruzzi, e iniziamo costeggiando il mare per qualche chilometro. Poi lasciamo la costa e puntiamo dritti verso l’entroterra, seguendo il corso del fiume Vomano.

Il percorso si fa subito interessante, con un single track “croccantino”, molto bello e divertente. Poco dopo iniziano le prime salite, fino ad arrivare a Montorio al Vomano, da dove partiva una delle ascese più lunghe: ben 20 km che ci avrebbero portato verso il Lago di Campotosto, nel Parco Nazionale del Gran Sasso.

Dopo appena 5 km, però, ci attende una piacevole sorpresa: un piccolo ristoro. Banana, torta, acqua e poi di nuovo in sella fino alla cima, dove ad aspettarci troviamo questo immenso lago.

Lo costeggiamo prima su una sponda e poi sull’altra, tra nuove salite e discese, fino ad arrivare a Pizzoli, dove abbiamo concluso la prima tappa.

Verso L’Aquila, Campo Imperatore e Rocca Calascio

Il giorno seguente, pronti via, iniziamo con un bello sterrato che ci porta a L’Aquila. Da qui proseguiamo fino ad arrivare sotto Campo Imperatore, attraversando una vallata in mezzo a capre, pecore, vacche e cani pastore.

Siamo immersi nella natura più incontaminata, circondati da un paesaggio davvero mozzafiato. Alla fine di questo sentiero troviamo il Gran Sasso che ci osserva, mentre noi osserviamo lui.

Subito dopo ci rifocilliamo con gli arrosticini al Rifugio di Lago Racollo. Da lì il percorso ci porta verso Rocca Calascio, un piccolo castello costituito da una rocca e dal borgo medievale poco più avanti.

Ultimo paese di giornata: Castel del Monte. Poi arriva il momento della seconda tappa.

Il terzo giorno: la Majella e il Passo San Leonardo

Il terzo giorno è stato quello più duro.

Abbiamo attraversato il Parco della Majella, anche qui tra paesaggi e natura a perdita d’occhio. Subito dopo ci aspettava il Passo San Leonardo, a 1.280 metri s.l.m., per poi ridiscendere fino a Campo di Giove e raggiungere la meta di giornata.

Anche questa tappa è stata caratterizzata da terreni sterrati e single track, immersi in un Abruzzo autentico, selvaggio e spettacolare.

Il ritorno verso il mare e la Ciclabile dei Trabocchi

Il quarto giorno inizia alla grande: subito in discesa, qualche saliscendi e poi dritti verso il mare.

Da qui ci immettiamo sulla famosa Ciclabile dei Trabocchi, che ci accompagna verso Roseto degli Abruzzi, fino al punto di partenza.

Un trail da mettere in calendario

Questo trail l’ho affrontato insieme ad altri tre amici: Gabriele, Sofia e Stefano.

È stata un’esperienza veramente mozzafiato, che mi è piaciuta moltissimo. Abbiamo dovuto affrontare anche il caldo anomalo esploso proprio in quella settimana, ma siamo riusciti a conquistarlo.

Non riesco a descrivere tutte le emozioni che provavo mentre pedalavo e osservavo quegli splendidi paesaggi, ma consiglio vivamente di mettere a calendario questo evento e di provarlo.

Merita davvero tanto.

Grazie a Marco Molon per il racconto. Qui il profilo Instagram e Strava

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COPPA ASTERIA 2016-2026 – DIECI ANNI DI SALITE SENZA SENSO  

Certe manifestazioni nascono per diventare tradizioni. Altre nascono quasi per scherzo e, inspiegabilmente, resistono abbastanza a lungo da trasformarsi in leggenda. La Coppa Asteria appartiene decisamente alla seconda categoria.

Domenica 7 giugno 2026 la Popolare Ciclistica ha festeggiato i dieci anni della sua coincidenza ciclistica per salitomani, sadici delle pendenze impossibili e persone che, come recita il celebre decalogo, sono mediamente messe male dalla vita.

Dieci anni. Dal 2016 al 2026.

Quando tutto iniziò il mondo del ciclismo era profondamente diverso. Le gravel erano ancora una nicchia e gli eventi costruiti attorno alla fatica si contavano sulle dita di una mano.

Oggi il calendario è pieno di appuntamenti ogni fine settimana. Randonnée, gravel, bikepacking, gare sociali, riempiono ogni weekend. Eppure Coppa Asteria è ancora qui.

Se dopo dieci anni continua a richiamare ciclisti pronti a passare una domenica inseguendo salite durissime tra le montagne bergamasche, significa che il motivo non va cercato nei numeri.

Si, perché oggi trovare un percorso da 3.000 metri di dislivello non è difficile. Quello che rende diversa Coppa Asteria è l’atmosfera che l’accompagna da sempre. Qui non c’è una classifica da inseguire e non esiste nemmeno una coppa da vincere. Esiste soltanto il piacere di affrontare insieme un percorso volutamente esagerato, progettato con quella dose di ironia che da sempre caratterizza la Popolare Ciclistica.

La novità del 2026 era rappresentata dalla presenza di due percorsi. Da una parte il classico itinerario da circa 3.000 metri di dislivello, dall’altra una versione più “corta” con circa 2.000 metri. Le virgolette attorno alla parola “corta” restano comunque obbligatorie.

Perché ad Asteria il problema non è mai quanto si sale, ma come si sale.

La prima parte del percorso lungo ha concentrato il meglio della giornata. Lonno, Altino e i Colli di San Fermo hanno rappresentato il piatto forte. Tre salite che ogni ciclista della zona conosce bene e che, messe una dietro l’altra, sanno lasciare il segno.

Ma Coppa Asteria non è soltanto una collezione di pendenze impossibili.

Tra una rampa e l’altra fanno compagnia le valli verdissime, i vigneti di Scanzorosciate, le strade secondarie che attraversano piccoli paesi e un territorio che continua a sorprendere anche chi lo frequenta abitualmente.

Dopo le fatiche della mattinata è arrivato il tradizionale mega ristoro ai Colli. Uno di quei momenti che spiegano meglio di qualsiasi classifica il senso della giornata. Si mangia, si scherza e si raccontano gli aneddoti della mattinata cercando di dimenticare che il percorso non è ancora finito.

Perché se sulla carta la seconda parte appare più tranquilla, nella realtà Gandosso e soprattutto il gran finale di Via Loreto si occupano di riportare tutti alla realtà. Via Loreto, in particolare, è uno dei grandi classici della storia di Asteria, una salita che appartiene alla memoria delle prime uscite e che continua a rappresentarne perfettamente lo spirito.

Alla fine arrivano tutti.

Magari con tempi diversi. Magari con espressioni differenti. Magari promettendo che sarà l’ultima volta.

Promessa che raramente sopravvive fino all’anno successivo.

Ed è forse proprio qui che si nasconde il segreto di Coppa Asteria.

In dieci anni il ciclismo è cambiato profondamente. Sono cambiate le biciclette, le mode e gli eventi. Asteria invece è rimasta fedele a sé stessa: una sfida nell’esplorazione delle strade più improbabili con la scusa per stare insieme.

In un’epoca in cui tutto deve essere misurato, classificato e trasformato in prestazione, la Popolare Ciclistica continua a proporre una giornata in cui contano soprattutto la compagnia, le risate e la fatica condivisa.

Dieci anni dopo continua a non avere alcun senso.

Ed è esattamente per questo che continua a funzionare così bene.

Grazie Matte caro amico per il suo racconto. Qui il suo profilo Strava ed il suo BLOG

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Tra Riso e Castelli: gravel, amicizia e il fascino della Lomellina

Ci sono eventi che riescono a unire sport, territorio e convivialità in un’unica esperienza. “Tra Riso e Castelli” è sicuramente uno di questi: un appuntamento gravel nel cuore della Lomellina, nel periodo delle risaie inondate, il famoso “mare a quadretti”, uno spettacolo unico che trasforma la pianura in un panorama quasi surreale.

L’evento proponeva due percorsi, da 60 km e 100 km, pensati per permettere a tutti di vivere una giornata di gravel tra natura e divertimento.

La nostra avventura è iniziata a Valle Lomellina con ritrovo alle 8.30 insieme al nostro gruppo di amici: eravamo in sei alla partenza. Fin da subito si respirava una bellissima atmosfera. Ottima colazione offerta dall’organizzazione, qualche foto prima dello start e tutti quei piccoli dettagli che fanno sentire accolti. Dopo una buona fetta di crostata all’albicocca, era arrivato il momento di partire.

Il percorso, come si dice in gergo, era un vero “piattone”: strade bianche e sterrati che attraversavano le campagne della Lomellina, passando tra piccoli borghi, qualche castello e lunghi tratti costeggiando le risaie. Purtroppo quest’anno lo spettacolo delle risaie completamente allagate non è stato intenso come nelle edizioni precedenti, ma il fascino del territorio è rimasto comunque intatto.

Il tracciato ci è piaciuto,: tanti sterrati scorrevoli per un gravel divertente e veloce, con un aspetto fondamentale per chi pedala, ovvero la quasi totale assenza di traffico. Una di quelle giornate in cui si riesce davvero a pedalare immersi nella tranquillità della campagna.

A metà percorso ci attendeva il ristoro, perfetto per rifocillarsi, riempire le borracce e recuperare energie prima della seconda parte della giornata.

Ed è proprio lì che la sfida si è fatta più dura. La seconda metà del percorso ci ha accolto con un caldo impressionante, il primo vero caldo della stagione. Il Garmin segnava 35 gradi e, chilometro dopo chilometro, la temperatura si faceva sentire sulle gambe e sulla testa. Ma anche questo fa parte del bello di eventi come questo: stringere i denti, aiutarsi tra amici e continuare a pedalare insieme.

All’arrivo ci aspettava il premio più bello: musica, relax, una birra fresca, riso al Barbera, salsiccia e salamelle, il tutto accompagnato da tante chiacchiere e sorrisi. Più che una semplice manifestazione ciclistica, una vera festa tra appassionati.

Un grande ringraziamento va all’organizzazione. I ragazzi di Boost Events hanno creato un format davvero riuscito, dove l’evento non è soltanto il pedalare, ma soprattutto tutto quello che gli gira intorno: l’atmosfera della partenza, i ristori curati e la festa finale che rende speciale la giornata.

Una domenica di gravel, caldo, polvere e amicizia. E alla fine, è proprio questo che ci fa venire voglia di rimetterci il numero sulla bici alla prossima occasione.

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Solo chi osa farlo – Dieci storie di sport e coraggio

Tra il mare e le asperità delle Alpi Apuane, tra salite che mordono le gambe e il vento che spazza la costa, i ciclisti trovano un pretesto per innamorarsi della Versilia.

Lo sa bene Marco Pantani, che in una domenica di maggio di ventiquattro anni fa tentava di tornare ad essere l’affamato divoratore di tornanti che solo qualche tempo prima aveva messo a segno la storica doppietta, vincendo “Giro” e “Tour” nello stesso anno.

Il così detto “Circuito della Versilia” aveva visto trionfare Rik Verbrugghe, Pantani si era dovuto accontentare di un arrivo anonimo nascosto nella pancia del gruppo.

Di quel giorno c’è una foto: Marco è lì, fuori da uno dei tanti alberghi del lido con in braccio una bambina di tre anni. I suoi capelli biondi spuntano da una bandana gialla con il disegno di un pirata.

Ci sono tante cose che Marco non immagina capiteranno da lì a qualche anno, ma una cosa è certa: Pantani non sa che la bambina che tiene in braccio si chiama Francesca Baroni e diventerà, per quattro volte, campionessa italiana di ciclocross.


La storia di Francesca Baroni

Quella di Francesca è una bellissima storia di coraggio, passione e determinazione.

A dieci mesi i suoi genitori scoprono la sua sordità. Inizia così un percorso di riabilitazione ortofonica che, con il supporto delle protesi acustiche, le permetterà di imparare a leggere il labiale.

A sei anni entra in casa della nonna mentre la televisione è sintonizzata sul Giro d’Italia. A vestire la maglia rosa c’è un certo Ivan Basso: la bambina se ne innamora e la sera, tornando a casa, chiede ai suoi genitori se esiste anche il ciclismo femminile.

Eccome se esiste! Francesca ben presto inizierà a praticare la disciplina conseguendo ottimi risultati.

Poi il colpo di fulmine. A dieci anni assiste a una gara di ciclocross. Fango, sudore e fatica conquistano definitivamente il cuore di Francesca Baroni.

Il resto è storia. E che storia: quattro titoli italiani conquistati nel giro di pochi anni, poi la realizzazione del sogno di correre in Belgio, lì dove il ciclocross è sport nazionale.


A TALK WITH FRANCESCA BARONI

Giovedì 4 giugno alle ore 18:30 presso l’Eroica Caffè Milano, in Via Tabacchi 11 abbiamo organizzato una bella chiacchierata con Francesca che ci racconterà la sua storia, la sua carriera e le sue imprese.

Sarà una serata dedicata al ciclismo, al coraggio e alle belle storie.

Durante la serata interverranno:

  • Camilla Galbiati: autrice del libro “Solo chi osa farlo – Dieci storie di sport e di coraggio”;
  • Francesca Baroni: quattro volte campionessa Italiana di ciclocross;
  • Luca Malini: editore.

SOLO CHI OSA FARLO – DIECI STORIE DI SPORT E DI CORAGGIO

“Solo chi osa farlo – Dieci storie di sport e di coraggio” potrebbe benissimo essere un taccuino d’altri tempi, dove poter leggere le vicende pionieristiche di atleti temerari. Dieci storie che raccontano le vite di atlete e di atleti che hanno avuto il coraggio di osare, realizzando imprese inimmaginabili.

Francesca Baroni, atleta sorda dalla nascita diventata quattro volte campionessa italiana di ciclocross.

Carlo Airoldi, il podista italiano giunto a piedi ad Atene per partecipare alla prima Olimpiade dell’era moderna.

Annie Londonderry, la donna che riuscì nell’impresa di compiere il giro del mondo in bicicletta per vincere una “scommessa”.

George Best, il ragazzino dei quartieri poveri di Belfast diventato pallone d’oro nel 1968.

Anette Kellerman, una pioniera del nuoto femminile, che sfidò le convenzioni sociali del suo tempo indossando un costume da bagno.

Gilles Villeneuve, il pilota che rivoluzionò il mondo della Formula Uno, lasciando tutti con il fiato sospeso a ogni gara a cui partecipava.

Lis Hartel, la prima donna a vincere una medaglia Olimpica nell’equitazione con una paralisi alle gambe, ma in molti se ne accorsero solo al momento della premiazione.

Eddie Edwards, l’imbianchino inglese che riuscì a realizzare il suo sogno di partecipare alle Olimpiadi imparando a saltare con gli sci dal trampolino.

Henriette D’Angeville, la prima donna a organizzare una spedizione per raggiungere la cima del suo amato Monte Bianco, sfidando tutti coloro che affermavano che non ci sarebbe mai riuscita.

La nazionale giamaicana di bob: i quattro giamaicani che convinsero il Comitato Olimpico Internazionale che anche gli atleti caraibici potevano competere negli sport invernali.

Un libro per riscoprire che a volte la forza risiede nel coraggio

APPUNTAMENTO GIOVEDI 4 GIUGNO ALLE 18:30 ALL’EROICA CAFFÈ MILANO DI VIA TABACCHI 11

Giovedì 4 giugno l’appuntamento è all’Eroica Caffè di Milano in Via Tabacchi 11.

La serata vedrà come ospiti speciali la quattro volte campionessa italiana di ciclocross Francesca Baroni e Camilla Galbiati, autrice del libro “Solo chi osa farlo – Dieci storie di sport e di coraggio”-

Se ti piacciono le storie passa ad ascoltarne qualcuna. Parleremo di ciclismo, di sport, di imprese coraggiose che hanno segnato la loro epoca, di atleti dimenticati che nonostante tutto non si sono mai arresi.

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VicBikepacking: 3 giorni di Gravel, amicizia e panorami spettacolari nelle Marche

Finalmente iniziano quei weekend di Gravel e bikepacking che piacciono davvero a noi. Venerdì mattina siamo partiti da Rimini in quattro, naturalmente in sella alle nostre gravel bike, percorrendo la splendida Ciclovia dell’Adriatico. Prima tappa a Senigallia, dove si sono aggiunti altri due amici, per poi proseguire lungo la Ciclovia dell’Esino fino ad arrivare a Fabriano, quartier generale del VicBikepacking.

La notte è passata in palestra, tra sacco a pelo e voglia di avventura, e il mattino seguente ci siamo ritrovati insieme agli altri compagni di squadra arrivati in auto per prendere finalmente il via all’evento.

La partenza dal centro storico di Fabriano è stata una di quelle che ti fanno entrare immediatamente nello spirito Gravel: vivere il territorio, condividere emozioni, conoscere nuove persone e scambiare due chiacchiere in totale amicizia.

Fin dai primi chilometri siamo stati accompagnati da panorami incredibili. Le salite, tutto sommato pedalabili salvo qualche tratto più impegnativo, alternavano sezioni nel bosco a tratti super panoramici. Dopo circa 40 km siamo arrivati a un ristoro semplicemente spettacolare: salsicce cotte al momento, ciauscolo, formaggi, insalate di farro e birra a volontà.

Un ristoro davvero sontuoso, tanto che siamo rimasti fermi oltre un’ora. Ripartire non è stato semplice dopo tutto quello che avevamo mangiato, ma la bellezza del percorso ci ha fatto dimenticare subito la fatica. La vista di Pian dell’Elmo sul Monte San Vicino è stata incredibile, mentre al celebre Belvedere di Canfaito, probabilmente il punto più iconico del percorso, ci siamo fermati per un vero e proprio shooting fotografico.

Dopo una bellissima discesa siamo arrivati nella storica città di Matelica, dove il sabato sera si è trasformato in un grande momento di convivialità tra tutti i partecipanti del VicBikepacking, con cena in bocciofila e tantissime risate.

La domenica mattina purtroppo la pioggia è stata protagonista e la partenza “alla francese” non ci ha permesso di salutare molti amici conosciuti il giorno prima. Ma questo non ha minimamente rovinato la fantastica esperienza vissuta in questi tre giorni.

L’organizzazione del VicBikepacking è stata impeccabile: Marco “il Ragazzone” e tutto il suo staff, composto da una ventina di amici e volontari, sono stati sempre disponibili, gentili e attenti a ogni esigenza.

Anche la scelta delle location, da Fabriano a Matelica, conferma quanto questo evento sia curato nei minimi dettagli.

Nel complesso mi sento davvero di consigliare a tutti gli appassionati di Gravel bikepacking la partecipazione al VicBikepacking, un evento che ogni anno riesce sempre a sorprendere con nuove emozioni, percorsi incredibili e un’atmosfera unica.

Complimenti ragazzi: sono stati 3 giorni bellissimi. Aspettare un altro anno sarà davvero dura!

Ringrazio come sempre ringrazio per l’articolo l’amico Roberto (crazy_romagnul) edi Ideal Gravel Team

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Un viaggio a 360°: la mia esperienza all’Emilia Romagna Bike Trail

Un viaggio con se stessi.

Un viaggio dentro le proprie origini.

Un viaggio tra sport, natura e cultura.

Un viaggio con gli amici.

Un viaggio, semplicemente, a 360°.

Per me, questo è stato l’Emilia Romagna Bike Trail: la mia prima vera esperienza di bikepacking su più giorni.


Da dove nasce l’idea

Tutto è iniziato a novembre, all’Upcycle Caffè di Milano, durante l’Upcycle Trail Weekend.

L’idea di provare il bikepacking era già nella mia testa da tempo, ma quell’occasione è stata la scintilla: incontrare persone, respirare quell’ambiente, confrontarsi con organizzatori che fino a quel momento conoscevo solo online grazie a Eventbike.

Da lì la scelta è stata naturale: Emilia Romagna Bike Trail.

Per diversi motivi, ma soprattutto uno molto personale — attraversare le terre d’origine della mia famiglia paterna.

E poi un percorso accessibile, ideale come prima esperienza.


L’inizio del viaggio

Il viaggio inizia ufficialmente il giovedì sera, tra ritiro del pacco gara e briefing. L’atmosfera è quella giusta: sorrisi, aspettative, energia. Poi cena, l’ultimo carico prima della partenza. Il 1° maggio si parte. Siamo in sei, il nostro gruppo di sempre. C’è voglia di pedalare, ma soprattutto voglia di condividere il tempo insieme.


Prima tappa: dalle colline bolognesi alla pianura (106km)

La prima tappa va da Bologna ad Anita (Argenta). I primi chilometri scorrono tra i primi saliscendi delle dolci colline bolognesi, fino al ristoro comune a Castel San Pietro: accoglienza incredibile, clima di festa, nuovi incontri, cibo in abbondanza e musica. Uno di quei momenti che ti fanno capire che non è una gara, ma un’esperienza condivisa. Poi cambia tutto: si lascia la collina e si entra nella pianura. Campi infiniti, argini del Reno, vento contrario. Forse il momento più impegnativo mentalmente, ma anche quello che insegna a restare dentro al viaggio, senza fretta. Ad Anita ci accolgono come a casa: aperitivo nel piccolo bar del paese, cena calda, sorrisi. Tutto semplice, tutto perfetto.


Seconda tappa: Comacchio e il Delta del Po (76km)

Il giorno dopo si riparte verso Comacchio. Una tappa più breve, ma forse la più affascinante: le Valli di Comacchio, il Delta del Po, il silenzio e gli spazi aperti. Si attraversano aree protette meravigliose, dove la natura è protagonista assoluta: acqua, cielo e terra si fondono in paesaggi unici. E poi loro, i fenicotteri rosa, eleganti e quasi surreali, che accompagnano il percorso rendendolo ancora più speciale. Pranzo in spiaggia, con il mare davanti e il tempo che sembra rallentare.

.. e poi ancora condivisione: aperitivo, cena, risate ed una leggera stanchezza… ma anche voglia di riprendere il viaggio…


Terza tappa: verso Riccione (110km)

L’ultima tappa, da Marina Romea a Riccione, attraversa pinete, strade interne e tratti sul mare. Gli ultimi chilometri, tra località turistiche e un po’ di confusione, mettono alla prova la pazienza… ma ormai l’arrivo è vicino.


L’arrivo: la fine del viaggio

E l’arrivo è qualcosa di speciale. Non solo per aver completato il percorso, ma per l’accoglienza: sorrisi, festa, condivisione. È la fine del viaggio, ma anche il momento in cui realizzi davvero tutto quello che hai vissuto. E, inevitabilmente, dispiace che sia già finito.


Un evento perfetto

Un grazie enorme agli organizzatori dell’Emilia Romagna Bike Trail: un evento curato in ogni dettaglio, quattro percorsi per tutti i livelli, ristori impeccabili e un’attenzione costante ai partecipanti. Nulla lasciato al caso.


Cosa mi porto a casa

Mi porto a casa una grande esperienza. Sportiva, certo, ma soprattutto umana: i momenti condivisi, le difficoltà (poche), le risate, le serate insieme, le foto, i ricordi.

Soprattutto, una sensazione: vivere il viaggio senza l’ossessione del tempo, godendosi ogni chilometro, ogni incontro, ogni luogo.

Qualcosa di difficile da spiegare, ma profondamente autentico. Forse è proprio questo lo spirito gravel.


E adesso?

Questi quattro giorni mi hanno aperto nuove prospettive nel ciclismo. E una cosa è certa: non sarà l’ultima volta.

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Strade Bianche 2026

Il mio ritorno alle corse alla Strade Bianche

Da papà in ritiro a granfondista in Piazza del Campo: un weekend tra fango, sterrato e pura emozione ciclistica

Dopo un periodo lontano dalle gare — complice la nascita del mio bimbo e i nuovi ritmi della vita — sentivo che era arrivato il momento di tornare a mettere un numero sulla schiena. E quale occasione migliore della Strade Bianche Gran Fondo?

L’arrivo a Siena: quando capisci che non è solo una granfondo

L’idea iniziale era vivere il weekend in famiglia, condividendo ogni momento dell’atmosfera unica che si respira nei giorni della gara. Purtroppo, come spesso succede con i bambini, l’influenza era dietro l’angolo. Alla fine sono partito da solo — ma la voglia di esserci era troppa per rinunciare.

All’arrivo a Siena il venerdì, la magia si sente subito. All’Expo ritiro il pacco gara mentre sul palco vengono presentate le squadre che il giorno dopo avrebbero corso le Strade Bianche professionistiche. È in quel momento che lo capisci: non è solo una granfondo. È un vero weekend di ciclismo.

Il giorno prima: sterrato perfetto e l’arrivo dei pro in Piazza del Campo

Il sabato mattina esco per una sgambata sui colli senesi e provo uno dei settori più iconici: il Colle Pinzuto. Sono appena le dieci ma c’è già tanta gente lungo lo sterrato, pronta a incitare chi passa. Il fondo è duro ma in condizioni perfette: pedalare su quelle strade ti fa capire subito perché questa gara sia così speciale.

Nel pomeriggio riesco anche a godermi l’arrivo dei professionisti in Piazza del Campo. Un’emozione che solo il ciclismo sa regalare.

La mattina della gara: piove. Si parte lo stesso

La mattina della gara però cambia tutto. Piove. Anzi, ha piovuto tutta la notte.

Mentre mi dirigo verso la griglia di partenza mi faccio la classica domanda: parto o non parto? Poi penso ai sacrifici fatti per essere lì, e a chi mi aspetta a casa. La decisione è semplice: si parte.

I primi chilometri su asfalto sono insidiosi. La strada è viscida e basta poco per sbagliare. Dopo un primo momento con la bici di traverso, capisco che oggi bisogna correre con la testa.

Sterrato bagnato: un vantaggio inaspettato

Quando arrivano gli sterrati succede qualcosa di inaspettato: con la pioggia il fondo è compatto e la bici sembra incollata a terra. Superato il primo settore, la gara scorre via tra fatica, concentrazione e paesaggi spettacolari.

Colle Pinzuto e Le Tolfe passano uno dopo l’altro, duri ma incredibilmente affascinanti. Ogni metro di sterrato è una conferma: questa gara merita ogni sacrificio.

Il muro di Santa Caterina e l’ingresso in Piazza del Campo

Poi arriva l’ultimo ostacolo: il muro di Santa Caterina, a meno di un chilometro dall’arrivo. Una rampa durissima, ma con tantissima gente ai lati della strada che urla e ti spinge a non mollare.

Ancora pochi metri. L’ultima curva. E finalmente — l’ingresso in Piazza del Campo.

In quel momento capisci perché tutti vogliono correre questa gara. Fatica, emozione e bellezza si mescolano in un unico istante indimenticabile.

Vale davvero la pena?

Un ritorno alle corse che difficilmente dimenticherò. Tra la magia del percorso, l’atmosfera del weekend e l’arrivo nel cuore di Siena, la Strade Bianche Gran Fondo è un’esperienza che va oltre la semplice gara ciclistica.

E una cosa è certa: se amate il ciclismo, questa è un’esperienza che vale davvero la pena vivere almeno una volta.

Un grande ringraziamento ad Alessandro Zemma per il suo racconto. Qui di seguito il suo profilo Instagram seisempreinbici e strava

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G.Round Padova 2026: il primo Gravel dell’anno tra nebbia, fango e buona compagnia

Finalmente si ricomincia. Ore 5.40 di mattina, io e Luca in sella verso Padova per il primo evento Gravel del 2026 — e già questo la dice lunga su quanto ci fosse voglia di tornare in bici.

Arrivo ai Colli Euganei: nebbia e colazione abbondante

Avevamo lasciato il sole, ma Padova ci ha accolto con nebbia fitta e temperature rigide. Nessun problema: alle 8.30 eravamo già al punto di ritrovo, una bellissima casa colonia appena fuori dal centro, dove ci hanno omaggiato di una prima colazione come si deve.

L’ora precedente alla partenza è stata tutto fuorché silenziosa: abbracci, pacche sulle spalle, strette di mano con amici che non incontravamo da mesi o che conoscevamo solo dai social. Quella sensazione di comunità che solo certi eventi sanno creare.

Partenza ore 9.30: il gruppone dei 300 gravellisti

Dopo lo “spiegone” del percorso e le immancabili foto di rito, alle 9.30 si parte in direzione Colli Euganei. Oltre 300 gravellisti avvolti dalla nebbia — uno spettacolo quasi surreale.

La prima salita di giornata non ha fatto sconti a nessuno: già impegnativa di suo, con il lastricato umido ha costretto molti di noi a mettere i piedi a terra e spingere la bici. Nessuna vergogna — era oggettivamente dura.

La nebbia si dirada: panorami e sterrato euganeo

Con il guadagno di quota e l’avvicinarsi del mezzogiorno, la nebbia ha lasciato spazio a un timido sole. Ed è lì che i Colli Euganei hanno mostrato il loro volto migliore: panorami mozzafiato, tracciati sterrati immersi nei boschi delle vallate, silenzio interrotto solo dal rumore delle ruote sulla ghiaia.

Dopo circa 80 km siamo rientrati alla base dove ci aspettava una ribollita fumante e abbondante. Difficile immaginare un finale migliore per una giornata in bici.

Il giudizio su G.Round: formula azzeccata

L’uscita è volata, come sempre quando sei in buona compagnia. Il meteo? Poteva andare meglio, ma poteva anche andare decisamente peggio.

G.Round è un format collaudato che funziona ovunque vada, e dopo questa giornata è facile capire perché: socialità, inclusione e un’atmosfera festosa che ricorda le grandi occasioni, con musica e la voglia di stare insieme che fa da collante tra centinaia di ciclisti di ogni livello.

Agli organizzatori vanno i miei complimenti per la gestione impeccabile. Meritano un bel 7 pieno.

“Assavvidem” alla prossima — Ciao Burdeel!

Ringrazio come sempre ringrazio per l’articolo l’amico Roberto (crazy_romagnul) edi Ideal Gravel Team